venerdì 10 febbraio 2012

Foibe. Una verità rovesciata

Pubblico un articolo comparso sul sito contropiano.org che a mio avviso può essere un interessante contributo al raggiungimento della verità storica sulle cosiddette foibe. Buona lettura:

Rinviata la trasmissione a Porta a Porta con la storica Alessandra Kersevan che ha decostruito le versioni di regime sulle Foibe. Una battaglia di verità e giustizia perseguita da anni e ostacolata in ogni modo dai fascisti e dalle autorità.

Ultim'ora: la trasmissione è stata rinviata per uno speciale sul maltempo...

L'untuoso Vespa forse ha avuto un sussulto di coraggio o forse pensa ad un trappolone. Stasera alle 23.15 su Porta a Porta si discuterà delle Foibe, uno dei temi sui quali il neofascismo ha cercato di imporre una versione rovescista della storia approfittando di diciotto anni di governo e del disarmo ideologico della sinistra. Tra gli invitati ci sarà anche Alesandra Kersevan, storica e titolare della casa editrice Kappa Vu di Udine che da anni documenta la storia nascosta dei lager fascisti e delle persecuzioni contro le minoranze slovene e gli antifascisti ulla frontiera di Gorizia e nel Triveneto. Una battaglia coraggiosa che la Kersevan, insieme ad altri storici giovani e meno giovani come Claudia Cernigoi, Sandi Volk, Giacomo Scotti, Davide Conti, hanno condotto con grande coraggio e rigore subendo spesso l'ostracismo delle autorità e le aggressioni dei fascisti. Stasera, nonostante il posto e il contesto, è una occasione da non perdere, soprattutto per i più giovani.

Pubblichiamo qui di seguito una intervista con Alessandra Kersevan di straordinaria chiarezza e utilità*


A Trieste la storia non comincia il 1° maggio 1945…
Sì, Sembra un'osservazione banale, eppure di fronte a tante cose che sono state scritte in questi anni sulle vicende del confine orientale occorre chiarire e ricordare che il fascismo in questa regione è stato più violento che in qualsiasi altra parte d'Italia: sloveni e croati, oltre cinquecentomila persone che abitavano le terre annesse dallo stato italiano dopo la prima guerra mondiale furono oggetto di persecuzioni razziali e ogni tipo di angherie: divieto di usare la loro lingua, chiusura delle scuole, delle associazioni ed enti economici sloveni e croati, arresto degli oppositori, esecuzioni di condanne a morte decise dal Tribunale Speciale. Con l'aggressione nazifascista alla Jugoslavia, nel 1941, la nostra regione divenne avamposto della guerra e le persecuzioni contro sloveni e croati, anche cittadini italiani, divennero ancora più gravi: interi paesi furono deportati nei campi di concentramento come Arbe/Rab, oggi in Croazia, ma allora annessa all'Italia dopo l'aggressione alla Jugoslavia, Gonars in provincia di Udine, Renicci di Anghiari in provincia di Arezzo, Chiesanuova di Padova, Monigo di Treviso, Fraschette di Alatri in provincia di Frosinone, Colfiorito in Umbria, Cairo Montenotte in provincia di Savona e decine e decine di altri, praticamente in tutte le regioni d'Italia. Fra 7 e 11 mila persone, donne, uomini, bambini, intere famiglie, morirono in questi campi, di fame e malattie. A Trieste nel 1942 fu istituito per la repressione della resistenza partigiana l'Ispettorato Speciale di Polizia per la Venezia Giulia, che si macchiò di efferati delitti contro gli antifascisti in genere, ma soprattutto contro sloveni e croati.

Da chi è stato inaugurato l'uso delle foibe?
Ci sono testimonianze autorevoli (per esempio dell'ispettore di polizia De Giorgi, colui che nel dopoguerra fu incaricato dei recuperi dalle foibe) che furono proprio uomini dell'Ispettorato speciale, in particolare quelli della squadra politica, la cosiddetta banda Collotti, a gettare negli "anfratti del Carso" degli arrestati che morivano sotto tortura. Comunque andando anche più indietro nel tempo, già durante la prima guerra mondiale, che fu combattuta soprattutto in queste terre, le foibe venivano usate come luogo di sepoltura "veloce" dopo le sanguinose battaglie, e nell'immediato dopoguerra i fascisti pubblicavano testi di canzoncine in cui si minacciava di buttare nelle foibe chi si ostinava a non parlare "di Dante la favella".

Che funzione aveva la Banda Colotti?
La banda Collotti era la squadra politica dell'Ispettorato speciale guidata appunto dal commissario Gaetano Collotti. Con la sua squadra batteva il Carso triestino per reprimere la resistenza che già nel '42 era iniziata in queste zone. Si macchiarono di efferati delitti, torturando e uccidendo centinaia di persone. Come Resistenzastorica stiamo pubblicando con la casa editrice Kappa Vu la ricerca di Claudia Cernigoi sulla banda Collotti. Nel corso di alcuni anni di ricerche Cernigoi è riuscita a trovare una quantità consistente di documentazione. Eppure in questo dopoguerra nessuno, neppure gli istituti storici di Trieste e di Udine, avevano pubblicato nulla sull'argomento.

Definiamo le foibe. Chi ci è finito dentro? Donne? Bambini? Quanti in tutto? Perché c'è così grande attenzioni su queste esecuzioni, mentre in altre zone ce ne furono in numero assai maggiore?
Nelle foibe non sono finite donne e bambini, i profili di coloro che risultano infoibati sono quasi tutti di adulti compromessi con il fascismo, per quanto riguarda le foibe istriane del '43, e con l'occupatore tedesco per quanto riguarda il '45. I casi di alcune donne infoibate sono legati a fatti particolari, vendette personali, che non possono essere attribuiti al movimento di liberazione. Questo diventa evidente quando si vanno ad analizzare i documenti, cosa che purtroppo la gran parte degli "storici" in questi anni non ha fatto, accontentandosi di riprendere i temi e le argomentazioni della propaganda neofascista. Va detto inoltre che i numeri non sono assolutamente quelli della propaganda di questi anni: è ormai assodato che in Istria nel '43 le persone uccise nel corso della insurrezione successiva all'8 settembre sono fra le 250 e le 500, la gran parte uccise al momento della rioccupazione del territorio da parte dei nazifascisti; nel '45 le persone scomparse, sono meno di cinquecento a Trieste e meno di mille a Gorizia, alcuni fucilati ma la gran parte morti di malattia in campo di concentramento in Jugoslavia. Uso il termine "scomparsi", ma purtroppo è invalso l'uso di definire infoibati tutti i morti per mano partigiana. In realtà nel '45 le persone "infoibate" furono alcune decine, e per queste morti ci furono nei mesi successivi dei processi e delle condanne, da cui risultava che si era trattato in genere di vendette personali nei confronti di spie o ritenute tali. C'è poi l'episodio della foiba Plutone, da cui furono estratti 18 corpi, in cui gli "infoibatori" erano appartenenti alla Decima Mas e criminali comuni infiltrati fra i partigiani, e furono arrestati e processati dagli stessi jugoslavi. Insomma se si va ad analizzare la documentazione esistente si vede che si tratta di una casistica varia che non può corrispondere ad un progetto di "pulizia etnica" da parte degli jugoslavi come si è detto molto spesso in questi anni.
La grande attenzione a questi fatti è funzionale alla criminalizzazione della resistenza jugoslava che fu la più grande resistenza europea. Di riflesso si criminalizza tutta la resistenza, e si è aperto il varco per criminalizzare anche quella italiana, come sta dimostrando ora Pansa con i suoi libri.

Gli studiosi delle foibe. Chi sono?
Sono di svariati generi. Quelli che noi chiamiamo un po' ironicamente i "foibologi" sono tutti esponenti della destra più estrema, alcuni, come Luigi Papo hanno fatto addirittura parte della milizia fascista in Istria, di coloro cioè che collaborarono con i nazisti nella repressione della resistenza. Altri, più giovani, come Marco Pirina, sono stati esponenti di organizzazioni neofasciste negli anni della strategia della tensione (lui per esempio risulta coinvolto nel golpe Borghese). Poi c'è il filone degli storici che facevano riferimento al CLN triestino (organizzazione non collegata con il CLNAI) che fu il massimo organizzatore dell'"operazione foibe" a Trieste nel dopoguerra. Mentre può essere abbastanza facile capire le manipolazioni della "storiografia" fascista, è molto più difficile difendersi dalle manipolazioni della storiografia ciellenista, perché questi hanno un'aura di antifascismo che fa prendere per buone tutte le cose che scrivono. In realtà leggendo i loro libri ti accorgi che sono citazioni di citazioni da altri libri (spesso memorie di fascisti) non sottoposte a verifica. Il problema è che su tutta questa questione delle foibe ha pesato nel dopoguerra il clima della guerra fredda: voglio ricordare che un importantissimo documento di fonte alleata agli inizi del '46 diceva: sospendiamo, non avendo trovato nulla di interessante, le ricerche nel pozzo della miniera di Basovizza, ma perché gli Jugoslavi non possano dire che è stata tutta propaganda contro di loro, diremo che lo abbiamo fatto per mancanza di mezzi tecnici adeguati. Ha pesato e pesa inoltre molto la questione dei confini, e il sentimento delle "terre ingiustamente perdute", che anche se con toni un po' diversi, coinvolge anche gli storici che fanno riferimento politicamente al centro sinistra. Ci sono però anche tantissimi storici seri. Per "seri" intendo quelli che non si accontentano di quello che è già stato scritto, ma che cercano nuova documentazione, la analizzano, la confrontano con quanto è già stato pubblicato e inseriscono gli avvenimenti nel contesto in cui sono avvenuti. Questo è il metodo storiografico che tutti dovrebbero usare, ma, sembrerà incredibile, nella questione della foibe e dell'esodo anche storici accademici e "blasonati" si sono lasciati andare a metodi da propagandisti più che da storici, preferendo le citazioni di citazioni di citazioni, piuttosto che la fatica della ricerca.

La foiba di Basovizza. C'è una lapide che commemora le vittime, eppure la storia sembra molto diversa…
La documentazione esistente, una documentazione piuttosto corposa, dice che nella miniera di Basovizza non ci furono infoibamenti. Già nell'estate del '45, quindi pochissimo tempo dopo i pretesi infoibamenti, gli angloamericani procedettero per mesi a ricognizioni nel pozzo della miniera (infatti non si tratta di una foiba in senso geologico), in seguito alle denunce del CLN triestino che diceva che dovevano essere stati infoibati alcune centinaia di agenti della questura di Trieste. Poiché non fu trovato nulla di "interessante", nei primi mesi del '46 le ricerche furono sospese, come ho già spiegato prima. Tutto questo risulta da una gran quantità di documenti di fonte alleata, negli archivi di Washington e di Londra. Quindi nella "foiba" non ci sono i "500 metri cubi" di infoibati che sono scritti nella lapide, e neppure i duemila infoibati citati in libri. Dopo che Claudia Cernigoi ha riportato questi documenti nel suo libro "Operazione foibe a Trieste" la cosa dovrebbe essere evidente a tutti che si occupano dell'argomento. Ma si fa finta di niente. Il comune di Trieste adesso ha ristrutturato il monumento sulla foiba e presto verrà il presidente del Senato Marini a inaugurarlo. La menzogna vive ormai di vita propria, e non si riesce a fermarla.

Le leggende sulle foibe.
Ho già spiegato che le biografie della gran parte degli uccisi sono di persone coinvolte a vario titolo nel regime fascista prima e nell'occupazione nazista poi. Come ben mette in luce Claudia Cernigoi nel suo libro, in una città come Trieste il collaborazionismo interessò tantissime categorie di persone, e molti di quelli che vengono definiti "civili" erano in realtà e collaborazionisti, delatori di professione, spioni di quartiere che denunciavano gli ebrei. Per esempio ai rastrellamenti sul Carso con la banda Collotti partecipavano anche persone che non erano ufficialmente appartenenti alla questura. Come gruppo di Resistenzastorica abbiamo condotto una ricerca sulla vicenda di Graziano Udovisi, conosciuto come "l'unico ad essere uscito vivo dalla foiba" e presentato come una vittima "solo perché italiano". Da questa ricerca è emerso, oltre alla assoluta falsità del suo racconto, che egli dal '43 al '45 era stato tenente della Milizia Difesa Territoriale, in un gruppo dal nome significativo di "Mazza di Ferro", specificamente preposto alla repressione della guerriglia, e che nel '46 fu condannato per crimini di guerra a 2 anni e 11 mesi di reclusione. Eppure nel 2005 Graziano Udovisi è diventato "uomo dell'anno", premiato con l'Oscar della Rai per una sua intervista a Minoli, che lo ha presentato come uno che è stato "infoibato" "solo perché italiano. Come ho già detto: storici, giornalisti e tutti coloro che scrivono di queste cose in questi anni di Giornate del Ricordo, dovrebbero sapere che intorno a queste vicende c'è tanta propaganda, e che quindi bisogna informarsi bene prima di scrivere.

L'atteggiamento della destra e della sinistra.
Non si vede una grande differenza. La destra fascista ha trovato in questo argomento la possibilità di ribaltare il discorso delle responsabilità nella seconda guerra mondiale, passando da carnefici a vittime, con la possibile riabilitazione dei repubblichini di Salò ecc. La sinistra ha trovato l'occasione per prendere le distanze dal proprio passato partigiano, con tutta una serie di distinguo e di "ammissioni" in cui le foibe erano funzionali in quanto venivano attribuite a partigiani, sì, ma "slavi" (e si sa che il razzismo antislavo è molto diffuso) e quindi la resistenza italiana poteva restarne fuori. La miopia di una simile posizione la si vede oggi, con un'operazione come quella di Giampaolo Pansa, che attacca direttamente la resistenza italiana.
C'è da dire, inoltre, che l'"operazione foibe" è funzionale alla politica estera italiana, tradizionalmente "espansionistica" verso la penisola balcanica. Anche in questo senso, centrodestra e centrosinistra non si distinguono. Noi di Resistenzastorica abbiamo una raccolta impressionante di dichiarazioni di esponenti del centro sinistra in senso neoirredentista, cioè tese alla rivendicazione delle "terre perdute", tema che oltre ad essere stato sempre tipico della destra, sembrerebbe oggi anche antistorico, nel momento dell'allargamento dell'UE. Eppure le dichiarazioni ci sono, anche di personaggi come Fassino.

Che cosa significa oggi commemorare i morti delle foibe?
Come ho spiegato, commemorare i morti nelle foibe significa sostanzialmente commemorare rastrellatori fascisti e collaborazionisti del nazismo. Per gli altri morti, quelli vittime di rese dei conti o vendette personali, c'è il 2 di novembre.

Che cosa andrebbe fatto per restituire dignità alla memoria storica del paese?
Per quanto riguarda la dignità del paese, credo che l'unica cosa da fare sia smettere quella convinzione nazionale che gli italiani siano sempre stati "brava gente", che dovunque sono andati hanno portato la civiltà, anche quando bruciavano i villaggi della Croazia, o impiccavano i ribelli libici. Gli italiani debbono rendersi conto che la repubblica italiana non ha mai fatto veramente i conti con le responsabilità del fascismo. Dietro al discorso delle foibe c'è proprio l'interesse di continuare a nascondere queste responsabilità. Infatti la proposta italiana di incontro trilaterale fra i presidenti di Italia, Slovenia, Croazia, sui luoghi della memoria, inserendo la Risiera di San Sabba, il campo di concentramento di Gonars (o quello di Arbe) e la foiba di Basovizza, non è altro che un tentativo di gettare fumo negli occhi, di far dimenticare i crimini di guerra italiani in quei territori equiparando la foiba di Basovizza alla Risiera, unico campo di concentramento nazista con forno crematorio, in cui morirono oltre 3000 persone, soprattutto partigiani italiani, sloveni e croati, o ai campi di concentramento in cui morirono almeno settemila sloveni, croati, serbi, montenegrini. Il presidente della Repubblica dovrebbe andare di propria iniziativa ad Arbe in Croazia, o a Gonars a rendere omaggio alle vittime del fascismo, e a chiedere scusa agli ex jugoslavi. Questo dovrebbe essere la prima cosa da fare. Poi dovrebbe far pubblicare i risultati della commissione storica italo-slovena, che il governo italiano si era impegnato a pubblicare ma non ha mai fatto. Poi il governo di centro sinistra potrebbe obbligare la RAi a trasmettere in prima serata il documentario "Fascist legacy / L'eredità fascista", sui crimini di guerra italiani in Etiopia, Libia e Jugoslavia. Questo documentario della BBC fu acquistato nell'89 dalla RAI, ma mai trasmesso.


* Intervista di Alessandro Doranti su Trentagiorni, febbraio 2010

domenica 13 novembre 2011

I governi tecnici per Togliatti


I governi cosiddetti tecnici o amministrativi sono i peggiori governi politici che si possa immaginare, il loro scopo è quello di fare il contrario di ciò che la sovranità popolare ha indicato, sono antipopolari e reazionari.

Così affermava Palmiro Togliatti nel 1963, durante un suo discorso alla Camera dei Deputati.
Eppure coloro che prima stavano nel suo partito (magari diventati oggi alte cariche dello Stato) sembrano averlo dimenticato...


venerdì 11 novembre 2011

Noi, Lui, Monti..


Dopo oltre un anno riprendo a scrivere su questo blog, sperando di poterlo tenere aggiornato quanto più e meglio possibile.

In questo primo post dopo così tanto tempo vorrei parlare dell'ordine del giorno nazionale: il governo di Mario Monti.

Pontificato dalla maggior parte delle forze politiche ed innalzato da molti a salvatore della patria, Monti, dopo la nomina a senatore a vita, è lanciatissimo verso la nomina a Presidente del Consiglio, in un governo "bastardo" formato da tecnici e pezzi di politica presi dai due maggiori partiti, PDL e PD.
Ma siamo così sicuri che Monti sarà il deus ex machina italiano, che ci tirerà fuori dalla crisi ad uno schioccar di dita?! Io non ne sono tanto convinto.

1) Innanzi tutto, Monti è chiaramente una figura tutt'altro che superpartes. Non dimentichiamo che è International Advisor della Goldman Sachs, una delle banche che su questa crisi ha speculato e continua a speculare (basti vedere ai giorni scorsi, alle enormi speculazioni sui BTP dopo le dichiarazioni di Ferrara sulle presunte dimissioni di Berlusconi). Rifiuto, inoltre, di fidarmi e di approvare un governo guidato da una persona che sminuisce l’analisi economica di Marx (ora più che mai attuale) e pontifica la Gelmini e Marchionne, scrivendo sul Corriere: “Grazie alla loro determinazione [della Gelmini e di Marchionne], verrà un po’ ridotto l’handicap dell’Italia nel formare studenti, nel fare ricerca, nel fabbricare automobili.” (fonte: Meno illusioni per dare speranza- Corriere della Sera)

2) La storia ci insegna che dalle crisi economiche se si vuole uscirne bene non bisogna rifugiarsi in tecnicismi economici.
Dalla più grande crisi economica della storia moderna, quella del 1929, il Mondo uscì grazie al New Deal, una manovra tutta politica di Roosevelt, un politico prima che economista!
Con Monti (o con qualsiasi altro economista, a prescindere dalle capacità dei singoli), la crisi non si può risolvere; si può al massimo sperare di renderla meno dura!
E' necessario, piuttosto, uno slancio politico, una dimostrazione di forza che riaffermi il primato della politica sulla finanza. Le politiche neoliberiste, il thatcherismo e il "laissez-faire" hanno fallito. E' finito il tempo delle privatizzazioni sfrenate!
Le soluzioni che ci vengono incontro sono sostanzialmente due: o si cambia modello economico, riportandolo a "dimensione umana" o si continua a combattere la crisi con elementi che la crisi l'hanno generata, come un assurdo quanto inutile vaccino. Se si sceglie questa strada, come sembra si voglia fare, la crisi sarà ancora lunga a superarsi e comporterà sacrifici disumani, che ovviamente si scaricheranno sui soliti, sulla classe media e su tutti i lavoratori.
Serve una svolta politica, quindi.. Ma qui sorge il problema principale: chi ne sarebbe capace al giorno d'oggi?! Prescindendo dall'Italia, che dall'Unità ad oggi non ha mai brillato per genio politico al potere, non si vedono particolari lumi neppure all'estero: la classe politica mondiale è fra le peggiori della storia di tutti i tempi e la politica è ormai soggiogata ai voleri dei grandi potentati economici.
Obama ha visibilmente tradito le speranze popolari, lasciandosi irretire dalle borse, la Merkel va a braccetto con le banche e Sarkozy è semplicemente un mediocre.
Insomma, l'unica soluzione viene dal basso: serve un terremoto politico che parta dal popolo. Ma come fare, se i parlamenti europei ed internazioni continuano a fare orecchie da mercante, sostituendo gli economisti ai politici?

venerdì 5 novembre 2010

La scomparsa dei fatti

Con la locuzione “scomparsa dei fatti”, oltre a richiamare ad un ottimo libro di Marco Travaglio, voglio soprattutto tirare in ballo “Il Fatto”, quello scritto fra virgolette e a lettere maiuscole, il celebre programma d’approfondimento socio-politico di uno dei più grandi giornalisti del Novecento, Enzo Biagi; come dimenticare quello strano signore che ogni sera entrava nelle case degli italiani, che con le sue interviste era capace di far capire anche a te, bambino di 7/8 anni, tutti gli argomenti più complessi e meno banali della giornata…

Ma non sono qui per commemorare questo grande giornalista, quanto per appurare una triste realtà: in Italia i “Fatti”, i programmi d’approfondimento, stanno sparendo; e più che per quantità (non sono tantissimi, ma ci sono), scompaiono “per qualità”: nell’attuale panorama televisivo, infatti, non esistono trasmissioni che riescano ad arrivare minimamente alla chiarezza ed alla completezza giornalistica di quei 10 minuti di Enzo Biagi e delle sue fantastiche interviste.

Il sopra descritto processo di scomparsa dei programmi d’approfondimento è però sottoinsieme di un male molto più serio: l’approfondimento, infatti, sta trascinando con sé nella tomba il fatto stesso, la semplice cronaca, insomma. Al fatto reale, ormai, si preferisce anteporre l’opinione. Questo perché il fatto in sé è un elemento rigido, che non si può piegare, mentre l’opinione si presta facilmente alla modifica a uso e consumo del modellatore (che in Italia il più delle volte corrisponde al Presidente del Consiglio!). Facciamo un esempio: Berlusconi che bestemmia in luogo pubblico, è un fatto. Ma possono i telegiornali, notoriamente “cani da guardia del Potere”, riferire ad un paese che è a maggioranza cattolico e, diciamolo, anche un po’ bigotto, che il cattolicissimo Presidente del Consiglio ha proferito ingiurie contro il Nome di Dio Santissimo? Naturalmente no... Ed è così che il fatto viene cancellato, messo da parte per far spazio all’opinione. E allora ci si vede il faccione di Mons. Fisichella davanti lo schermo televisivo, che ci dice che “la bestemmia va contestualizzata” e il sempreverde Fabrizio Cicchitto che da Montecitorio difende il premier, contro “la sinistra moralista e forcaiola” . Così il fatto di Berlusconi che bestemmia è scomparso, sostituito dall’inutile dibattito sulla bontà o meno della bestemmia.

Tutto ciò sta portando l’Italia, oltre che all’impoverimento giornalistico e contenutistico, alla diminuzione generale della libertà di stampa: secondo un rapporto dell’autorevole organizzazione internazionale Freedom House, infatti, l’Italia si classifica come l’unico Paese “parzialmente libero” dell’Europa Occidentale, al pari delle repubbliche ex sovietiche.

In Italia la classe giornalistica (salvo rare eccezioni) è un disastro: siamo in mano al “giornalismo” dei Augusto Minzolini, degli Emilio Fede, gente che se si trovasse momentaneamente senza un padrone, se lo inventerebbe, “yes-man” che si piegano ancor prima che qualcuno gliel’abbia ordinato. Insomma, tutt’altra pasta rispetto ad un altro grande giornalista del Novecento, Indro Montanelli, che dalle colonne del suo Giornale scriveva: “Chi di voi vorrà fare il giornalista, si ricordi di scegliere il proprio padrone: il lettore.”

sabato 16 ottobre 2010

Afghanistan, la mattanza continua…

La guerra “di pace” in Afghanistan continua a mietere vite nel contingente Nato, e, in particolare, in quello italiano.
Il 9 ottobre 2010, infatti, mentre rientravano da una missione sul loro carro armato “Lince”, quattro militari italiani (Gianmarco Manca, Francesco Vannozzi, Sebastiano Ville, Marco Pedone) hanno perso la vita in un’imboscata, per mano di un improvvisato, seppur potente, ordigno piazzato dalla guerriglia talebana.
Ma in questo articolo non voglio soffermarmi sui fatti di cronaca, che ormai si ripetono sempre uguali e, purtroppo, con sempre maggiore inquietante frequenza, quanto piuttosto fare una piccola riflessione sull’impegno italiano in Afghanistan.
Prima di tutto vorrei ricordare che l’Italia è in Afghanistan non certo per tenere alto il nome dell’Italia nel Mondo o per difendere le nostre case dai barbuti islamici e dalle loro bombe, bensì per ingraziarsi gli Stati Uniti e rimanere sotto l’ala protettrice della Nato, come se fossimo ancora in piena Guerra Fredda; quest’errore di valutazione dei nuovi assetti globali, dovuto all’incapacità in politica estera dei nostri governanti, c’è costato finora le vite di 34 ragazzi italiani.
In quest’articolo non voglio sfociare nella propaganda patriottica, che puzza di populismo e soprattutto ipocrisia, per questo non definirò “eroi” i nostri caduti: non sono morti per un’idea, o per un progetto o per un Credo. Per un militare, morire è uno dei rischi insiti nel loro lavoro (e sottolineo lavoro!): i soldati italiani non sono in Afghanistan perché credono davvero in un Afghanistan libero (e in ogni la Libertà non si raggiunge dispiegando eserciti!), ma semplicemente perché il militare è una forma di lavoro come un altro, che può consentire a molti ragazzi di metter su famiglia o farsi una vita propria o comunque di costruirsi un futuro una volta rientrati dall’estero.
Purtroppo per 34 militari caduti in Afghanistan questo futuro è stato reciso; Stroncato più che dai talebani (che lottano per un ideale falso, folle, ma che comunque credono in ciò che fanno), dai tanti ministri e uomini di potere che oggi li piangono ipocritamente in nome del Sacrificio per la Patria e di populismi vari.
La guerra in Afghanistan è costata moltissimo all’Occidente per dispendio di denaro e soprattutto di vite; qualcuno, a ragione, l’ha definito il nuovo Vietnam. Gli Stati Uniti prima o poi dovranno ammettere che la Pace non si fa con le bombe (ammesso e non concesso che credano davvero nella Pace!) e mettere fine a questa tragedia che, fra civili, militari Nato e talebani, ha trascinato con sé le vite di migliaia di uomini e donne.

sabato 11 settembre 2010

11 settembre 1973

11 Settembre 2001. Due aerei dirottati schizzano sopra Manhattan, andandosi a scontrare contro ciascuna delle 2 torri, che, in pochi secondi si inabissano e scompaiono fra la polvere ed i detriti, insieme alla vita di circa 2000 civili statunitensi, senza contare i vigili che, nel corso di questi anni, hanno perso la vita i per le esalazioni che lo scoppio provocò.
11 Settembre 1973. Dopo 3 anni di governo socialista di Salvador Allende, dopo circa un anno di sabotaggi statunitensi al Cile ed alla sua economia, un gruppo di golpisti, guidati da 3 generali (fra i quali Augusto Pinochet), bombardano il Palazzo Presidenziale. Il Presidente Allende rifiuta di consegnarsi ai golpisti e si barrica nel palazzo della Moneda, insieme a pochi fedelissimi che hanno deciso di star con lui fino alla fine, malgrado gli appelli di Allende a tornare dalle loro famiglie. Allende, chiuso nella stanza presidenziale, dà l'ultimo saluto al suo popolo, in un toccante discorso che potrete leggere a questo indirizzo. Gli assediati resistono, ma infine le truppe golpiste riescono a fare irruzione nella Moneda, assassinando Allende e i suoi fedelissimi (anche se gli organi golpisti sosterranno che Allende si sia suicidato con il suo mitra).
I golpisti, dopo ore di guerra combattute ferocemente nel pieno di Santiago, salgono dunque al potere.
Il Cile sprofonda nel terrore.
Decine di migliaia di civili sostenitori del governo socialista vengono uccisi o barbaramente torturati (anche attraverso spietate mutilazioni di genitali, come spiega il cortometraggio sottostante).
Le figure di spicco vicine ad Allende vengono espatriate, e migliaia sono i cittadini che decidono di fuggire volontariamente dall'inferno.
Alla fine si conteranno 30.000 morti.
11 Settembre 2010. Il Mondo piange giustamente le vittime dell'attentato alle Torri Gemelle, ma sembra aver dimenticato la Moneda, i 30.000 civili morti in Cile.
Non ne danno notizia i tg e molti giornali, e pochi cittadini nel Mondo ne sono al corrente, e quando lo sono, nella maggior parte dei casi, solo per sentito dire.
Il Cile richiede la sua parte d'importanza, perchè si ricordino quegli anni di sogno e di speranza collettiva. Un sogno a cui furono tranciate violentemente le ali proprio quel maledetto 11 Settembre '73.

In ricordo dell'11 settembre 2001 e del 1973 Ken Loach ha girato questo bellissimo cortometraggio sul Cile e sul golpe. Vedetelo, un grande contributo di un regista straordinario.

mercoledì 11 agosto 2010

La Fiat-Sata condannata per condotta anti-sindacale


Doppia beffa per la Fiat-Sata di Melfi in merito al licenziamento dei tre operai (di cui due delegati FIOM), colpevoli secondo l'azienda di aver fermato dei carrelli durante uno sciopero all'interno dello stabilimento.
Dopo il forzato reintegro dei tre dopo le aspre proteste del RSU FIOM dei giorni scorsi, arriva oggi anche la sentenza che condanna la FIAT-SATA per condotta anti-sindacale.
Dopo la sentenza, depositata su ricorso del sindacato, si sprecano i commenti di vittoria della stessa Fiom-Cgil di Basilicata, che attraverso il segretario regionale, Emanuele De Nicola, dichiara che questa sentenza preserva i diritti sanciti dallo Statuto dei Lavoratori e dalla Costituzione:
"Questa sentenza fa giustizia di quanto denunciato dalla FIOM negli ultimi mesi e rende ancor più necessaria e utile un azione comune di tutti i soggetti sensibili al mondo del lavoro e alle questioni sociali per la difesa dello “ STATUTO DEI DIRITTI DEI LAVORATORI” e della COSTITUZIONE."
Per leggere la nota integrale, vi fornisco il link: CONDANNATA LA FIAT-SATA PER CONDOTTA ANTISINDACALE

mercoledì 21 luglio 2010

Come morì Carlo Giuliani- approfondimento di avvelenata.it

Posto un articolo che ricostruisce i fatti del 20 Luglio 2001 che hanno portato all'assassinio di Carlo Giuliani. Per quanto i fatti siano tristemente noti, l'articolo è un interessante approfondimento.
Fonte: http://www.avvelenata.it/g8/carlo.html



L'ESECUZIONE


La sequenza fotografica dell'assassinio di Carlo Giuliani

Genova, piazza Alimonda. Sono le ore 17.20 del 20/07/2001

foto1
Durante una delle feroci cariche effettuate nelle strade di Genova dalle forze dell'ordine (e qui siamo peraltro molto lontano dalla "zona rossa" intedetta), un gruppo di manifestanti reagisce, inverte la direzione di fuga e corre a viso aperto verso lo schieramento di uomini in divisa. Due jeep dei carabinieri a questo punto si muovono per abbandonare la piazza. La prima scende per la strada contigua e si ferma ad alcune decine di metri, nel punto dove stazionano in massa altri reparti di forze dell'ordine, con uomini e blindati. La seconda jeep urta contro un cassonetto rovesciato e si arresta. Ma il mezzo NON è incastrato in uno spazio stretto, come si vuole far credere. Potrebbe forzare la marcia contro l'ostacolo per aprirsi un varco (un cassonetto parzialmente pieno di immondizia non è un peso che possa bloccare un defender), oppure tentare una retromarcia. Ma l'autista non compie nessuna di queste manovre (che, come sarà chiarito più oltre in questa pagina, avrebbero richiesto pochi secondi). La jeep viene allora circondata da un gruppo di manifestanti. Il finestrino posteriore non esiste più, perché è stato sfondato a colpi di anfibio da uno dei militari presenti all'interno del mezzo per aprire un varco utile a colpire i manifestanti: contro questi ultimi viene lanciato un estintore dall'interno del mezzo. In questa foto, sulla sinistra, è possibile vedere due carabinieri chiamare rinforzi, che da immagini a campo largo si vedono essere massicciamente presenti a meno di 30 metri. Quindi è una menzogna anche quella secondo cui i manifestanti avrebbero assaltato una jeep isolata. Ma inspiegabilmente gli uomini della Celere stanno fermi, non intervengono.


foto2
Il carabiniere sul retro punta la pistola fuori dal finestrino posteriore. Il ragazzo con la felpa lo vede. Carlo Giuliani (il ragazzo in canottiera e con il passamontagna) forse non se ne accorge perché sta guardando a terra, dove probabilmente vede l'estintore che sta per raccogliere.


foto3
Il ragazzo con la felpa, impaurito dalla vista dell'arma, tenta di correre lontano dalla jeep. Sembra che gli altri manifestanti invece non si siano accorti della pistola puntata. Carlo Giuliani raccoglie l'estintore.


foto4
Carlo Giuliani ha ora l'estintore in mano, di fronte alla faccia del carabiniere. Si è accorto di essere sotto tiro di una pistola, e probabilmente vuole disarmare il carabiniere, o indurlo a mettere via l'arma. La mamma di Carlo, in seguito intervistata, legge nella mente del figlio una intenzione riassumibile in una frase tipo "ma che vuoi fare, con quella pistola? ma mettila via!"


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IMPORTANTE: questa inquadratura laterale permette di valutare le reali distanze della scena, rivelando lo schiacciamento prospettico delle immagini scattate col teleobiettivo: nel momento in cui Carlo solleva l'estintore e sta per partire il colpo che lo uccide, si trova a circa quattro metri della camionetta. Questo vuol dire che il carabiniere a bordo sta per sparare - mirando deliberatamente alla testa di Carlo - senza essere particolarmente pressato da una aggressione ravvicinata o da situazione di rischio immediato per se stesso.


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La pistola punta direttamente alla testa di Carlo. E' una spietata esecuzione.
Presa la mira, il carabiniere esplode due colpi, uno dei quali colpisce il ragazzo: entra sotto lo zigomo sinistro e fuoriesce dalla nuca. Sono le 17.27.


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Carlo cade a terra, colpito. Il rinculo del colpo lo fa sbandare prima di cadere. In questo momento la jeep è ancora ferma contro al cassonetto.


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L'autista fa retromarcia sul corpo di Carlo, che è ancora vivo. Il carabiniere che ha sparato si copre il volto con le mani.


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L'autista ingrana la prima: passando per la seconda volta sul corpo di Carlo, il mezzo si muove di pochi metri in avanti, dove molti rinforzi stanno ad aspettare. Se erano così vicini, perchè è stato necessario sparare? E inoltre: dal momento dello sparo al momento in cui la jeep abbandona la scena, passano appena quattro secondi e mezzo. E quella sarebbe una jeep incastrata ed impossibilitata a muoversi? Perché la stessa repentina manovra non è stata effettuata prima?
Il carabiniere sulla sinistra si mette le mani sul casco, in stato di shock. A bordo della jeep, quello che ha sparato ora è visibile, indossa un passamontagna di quelli in dotazione da mettere sotto le maschere antigas. Ma non ha né maschera antigas, né casco. Anche l'autista indossa solo un passamontagna.


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Carlo rimane sull'asfalto. Il suo cuore non ha ancora smesso di battere. Alcuni manifestanti si precipitano a soccorrerlo, cercando di evitare che si dissangui. Le forze dell'ordine ora intervengono in massa, e con violente cariche e lanci di lacrimogeni proibiscono a chiunque di avvicinarsi al luogo in cui lo Stato ha appena commesso uno spietato omicidio. Alcuni uomini in divisa lo prendono a calci, aggiungendo una brutale tortura a quella condanna a morte. Alcune testimonianze parlano anche di celerini che spengono le sigarette sul corpo di Carlo. Gli scontri attorno al corpo di Carlo proseguono per molte ore. Nel frattempo, con le prime dichiarazioni, le forze dell'ordine negano la responsabilità dell'accaduto. I filmati televisivi mostreranno il vice-questore della Polizia rincorrere un manifestante urlandogli "lo hai ucciso tu, con una pietra!", e questa è la pazzesca versione che gli responsabili di carabinieri e polizia tenteranno di accreditare, prima che queste immagini inizino a fare il giro delle agenzie e chiariscano a tutti da che parte è la verità.


clicca per  ingrandire
Il personale della Pubblica Assistenza riesce ad entrare nel cerchio che le forze dell'ordine hanno eretto attorno al corpo di Carlo. Il cuore del ragazzo smette di battere. China su di lui, un'infermiera disperata si tiene la testa tra le mani. Non c'è più nulla da fare.


Dall'analisi di questa sequenza quindi ci si accorge che:
- La cosiddetta aggressione dei manifestanti alla camionetta poteva essere dispersa con l'intervento delle decine di uomini (bardati di tutto punto) presenti a pochi metri di distanza. Non si è trattato, come è stato fatto credere per giustificare il ricorso estremo alla pistola, di una offensiva a due singoli militari. La jeep non era né isolata né impossibilitata a manovrare.
- La situazione di rischio per i carabinieri presenti all'interno della jeep, derivante dall'assenza del lunotto posteriore, è stata determinata dalla assurda scelta dei militari stessi di infrangere il finestrino.
- Carlo si è avvicinato alla jeep a mani nude, e ha raccolto l'estintore dopo averne subito il lancio da parte del carabiniere. La sua è stata quindi una reazione a un gesto potenzialmente omicida compiuto dal militare.
- La scelta di ricorrere all'arma da parte del carabiniere è stata assolutamente indipendente dalla sua preoccupazione per le possibili conseguenze del gesto di Carlo, dato che il militare estrae la pistola e la punta sulla folla ben prima che il ragazzo raccolga l'estintore e lo rivolga verso la camionetta.
- Il carabiniere aveva tutto il tempo di utilizzare l'arma in maniera meno drastica, tentando un colpo in aria o - in ipotesi estrema - mirando a punti non vitali. Invece il militare, quando Carlo è ancora a diversi metri dalla camionetta, sceglie di mirare alla testa del ragazzo ed esplode due colpi.

Caro lettore,
già che sei arrivato fin qui ragiona un secondo: tu sei un carabiniere e ti trovi all'interno di una jeep chiusa. Hai dei facinorosi attorno, che sono a mani nude. Che cosa fai? Rompi a calci il finestrino, scagli fuori un estintore, estrai la pistola e la punti sulla folla, poi - quando un manifestante raccoglie l'estintore - prima ancora che costui si avvicini alla jeep miri alla testa (alla testa, cristo) e spari. E hanno il coraggio di chiamarla LEGITTIMA DIFESA!!!


A un anno di distanza, le forze dell'ordine invocano ricostruzioni che sfuggono alle più elementari leggi della balistica, oltre a contraddire clamorosamente ciò che è visibile in queste immagini, e parlano di uno sparo rivolto verso l'alto (!) e di un bizzarro proiettile che avrebbe rimbalzato contro un sasso volante (!!!) invertendo la direzione di marcia e puntando quindi accidentalmente alla testa di Carlo. Prima o poi ci racconteranno che in piazza Alimonda quel giorno c'era una banale esercitazione di tiro al piattello, e che Carlo ci si è trovato in mezzo...
Cliccate qui per leggere gli articoli su queste vergognose perizie propinateci dallo Stato italiano, e leggete la controinchiesta sulla morte di Carlo a cura di Sherwood.


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"Hanno ucciso un ragazzo nella piazza dove sono nato"

Per non dimenticare Carlo Giuliani, 23 anni, assassinato dal regime italiano il 20 luglio 2001.



Questa è la testimonianza oculare di un amico di Carlo:

Ero piazza Alimonda il 20 luglio alle 17.
Ero con Carlo ed alcuni altri fratelli davanti al mezzo dei CC apparentemente "bloccato" tra cassonetto e non si sa bene cosa.
Eravamo in pochi lì davanti, una dozzina forse, e la nostra attenzione non era proprio rivolta verso il fuoristrada dei carabinieri bensì verso il plotone di celerini che, maschera antigas indossata, lanciavano pietre e puntavano fucili verso i manifestanti.
I secondi scorrevano istante per istante, fotogramma per fotogramma.
Mi ha fin da subito stupito che quella jeep e chi era rimasto dentro (ho ben chiara l'immagine di un carrubba che ha il tempo di uscire e di raggiungere gli altri) facessero "cose strane": prima ancora che un paio di compagni si avvicinassero ai finestrini lato manifestanti, il carabiniere all'interno colpiva ripetutamente a suon di anfibio il lunotto posteriore del fuoristrada cercando di romperlo.
Ho visto chiaramente l'anfibio del militare sfondare il vetro posteriore della jeep.
E' stato proprio questo gesto inconsueto, apparentemente non comprensibile che mi ha fatto istintivamente allontanare e correre sul sagrato della chiesa.
Mentre correvo verso il muro della chiesa avevo gia' la sensazione di ripararmi da qualcosa che non erano pietre o lacrimogeni.
Ero appena rientrato dalla testa del corteo disobbediente che cercava di difendersi dalla brutale e inarrestabile violenza dei celerini che caricavano la gente con blindati, sassi e lacrimogeni e avevo gia' visto quelle camionette CC che arretravano in retromarcia con la portiera aperta e la pistola puntata ad altezza d'uomo verso la folla.
Avevo gia' sentito pochi minuti prima quei suoni "diversi", quegli spari secchi e concisi che si distinguevano da quelli dei lacrimogeni. Ma non avevo ancora realizzato.
Quando mi sono girato, spalle al muro, verso la strada ho visto il corpo che giaceva immobile per terra. Il mio respiro e il mio tempo si erano fermati. Mi sono precipitato sul corpo urlandomi dentro: "Non e' possibile! Perchè??! Perchè??!!".
Mi sono fermato un'istante che non finiva mai guardando Carlo, poi mi sono girato verso quegli assassini in divisa che indicavano il corpo coi manganelli e che cominciavano a correre verso di noi urlando.
Sono corso via con le lacrime in volto, con la morte dentro e con quegli spari che mi rimbalzavano nei timpani.
Ho visto la testa zampillare di sangue, e poteva essere la mia.
Ho visto un corpo trucidato dal piombo, e poteva essere il mio.
Ho visto un fratello cadere...era un mio fratello!!!
Carlo era uno di noi.
VERITA' SULL'OMICIDIO DI CARLO.
VERITA' SUI FATTI DI GENOVA.


mercoledì 14 luglio 2010

"I neo-piduisti sono 4 sfigati pensionati!"

Dal Silvio dixit di questa mattina: "P3: 4 sfigati pensionati che si mettono insieme per cambiare le cose in Italia [ecc ecc...]".
Insomma, ha dato dello sfigato pensionato anche al fido Dell'Utri che, a quanto pare, sembra incassare l'accusa tacitamente. Perché, se volesse dimostrare che non è affatto uno sfigato pensionato, di argomentazioni e prove a suo favore ne avrebbe a bizzeffe.
Il pensionato Dell'Utri ha sul groppone fior di condanne (cito da Wikipedia):
  • 7 anni in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa (fatti recenti di cui tutti siamo a conoscenza, penso!).
  • False fatture e frode fiscale, per cui ha patteggiato la pena di due anni e tre mesi di reclusione.
  • Processo per tentata estorsione (Pallacanestro Trapani): condannato a 2 anni in Appello per aver mediato fra gli interessi di Cosa Nostra e di un certo Silvio Berlusconi, stranamente omonimo dell'uomo che oggi ha dichiarato che l'imputato Dell'Utri è uno sfigato pensionato.
  • Processo per calunnia pluriaggravata, da cui è stato, tuttavia, assolto (l'eccezione che conferma la regola, verrebbe da dire).
  • Indagini nell'ambito dell'Operazione Insider: e questa è cronaca di questi giorni. Dell'Utri è sospettato d'aver architettato con altri tre sfigati pensionati (Flavio Carboni, Arcangelo Martino e Pasquale Lombardi) una loggia massonica che avrebbe effettuato, secondo la Procura di Roma «in maniera sistematica e pianificata un'intensa, riservata ed indebita attività di interferenza sull'esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, allo scopo di ottenere vantaggi economici o di altro tipo».
    L'incontro di pianificazione della P3, come è stata ribattezzata dalla stampa, si sarebbe svolto a casa di Denis Verdini, il quinto incomodo (la versione sfigato-pensionata di D'Artagnan, moschettiere aggiunto nel celebre romanzo di Dumas).
Insomma, Dell'Utri è uno che si dà proprio da fare. Per essere un anziano sfortunato si mantiente proprio bene!
E se questo è uno sfigato pensionato, allora i vecchietti che ballano sfrenati lisci sul lungomare di Rimini sono letteralmente dei fossili!


Eeeeh, se tutti i pensionati fossero così attivi (anche se un po' sfigati, fa niente), invece di lamentarsi di tutto, della sciatica, dei nipoti, delle pensioni basse e stronzate simili, l'Italia sarebbe un altro Paese.
Vero, Silvio??


giovedì 1 luglio 2010

Lettera a Studio Aperto di Giovanni Ugolini


Pubblico la lettera aperta che Giovanni Ugolini, un ragazzo di 14 anni, ha scritto al Direttore di Studio Aperto, Giovanni Toti, in merito al suo editoriale sulla condanna a Dell'Utri. Pubblico a seguito il commento che ho pubblicato sul suo blog, "Questo è quanto. Buona lettura:


Urbino, 30 giugno 2010

Gentile Direttore,

sono un ragazzo 14enne. Ho deciso di scriverLe dopo la visione di un filmato che circola in rete (Facebook) che riportava l’edizione delle 18:30 di ieri -296\10- del telegiornale “Studio aperto” che Lei conduce. Sono rimasto allibito, incredulo e sinceramente infuriato. Vorrei richiamare la Sua attenzione su alcuni punti che fanno trasparire l’abbandonata professionalità, serietà, equità e soprattutto verità nelle sue dichiarazioni. Primo: i magistrati di Palermo, lei dice:” Hanno spazzato via le fantasiose ricostruzioni sui rapporti tra mafia e politica nel periodo buio delle stragi”. No. I magistrati di Palermo hanno solo escluso collegamenti del processo con le stragi e la fondazione di Forza Italia con Silvio Berlusconi, oggi nostro amatissimo Premier, confermando il concorso esterno in associazione mafiosa fino al ’92. Come scrive Marco Travaglio: Dunque, anche per la Corte d’appello di Palermo, Marcello Dell’Utri è un mafioso. Dopo cinque giorni di battaglia in camera di consiglio, i giudici più benevoli che lui abbia mai incontrato hanno stabilito quanto segue: fino al 1992, prima in casa Berlusconi, poi nella Fininvest, poi in Publitalia, ha sicuramente lavorato per Cosa Nostra (la vecchia mafia dei Bontate e Teresi, e la nuova mafia dei Riina e Provenzano) e contemporaneamente per il Cavaliere palazzinaro, finanziere, editore, tycoon televisivo. Dopo il 1992, cioè negli anni delle stragi politico-mafiose e della successiva nascita di Forza Italia (un’idea sua), mancano le prove che abbia seguitato a farlo per il Cavaliere politico. Questo, in attesa di conoscere le motivazioni della sentenza, è quanto si può dire a una prima lettura del suo dispositivo [...]. Secondo: Lei parla del pentito Spatuzza, così:”Hanno ritenuto incredibili le rivelazioni del pentito Spatuzza, che per anni, pagato dallo Stato, con le sue dichiarazioni ha avvelenato la vita pubblica e la reputazione di tante persone perbene”. No. Lei, Signor Direttore, con quale diritto e su quali valide motivazioni può fare un’affermazione del genere? Il Suo, come molti altri telegiornali ha subito annunciato che erano state smentite le dichiarazioni del collaboratore di giustizia (Spatuzza), ma fintantoché i giudici non renderanno pubblica la loro decisione non è certo e come si può, con un po’ di buon senso, immaginare è che le sue “rivelazioni” non sono state né confermate né smentite poiché senza riscontri le sole sue parole non possano avere valore. (Che i riscontri si potevano trovare, per esempio nella persona del pentito Massimo Ciancimino, se i giudici non l’avessero definito “inattendibile” e “contraddittorio” senza valide motivazioni, Lei, sa in cuor suo se dirlo). Il resto della frase credo sia ugualmente infondata e rispecchia la Sua opinione personale, che un giornalista al Suo livello dovrebbe saper frenare. Terzo: “Nonostante questo, gli stessi giudici hanno trovato il modo di condannare il sen. Dell’Utri a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, un reato molto discusso e francamente molto discutibile”. Anche qui, Direttore, lei ha rinunciato alla professionalità che le compete. Si legge molto chiaramente tra le righe, ma anche nelle stesse, che lei vuole mettere in discussione la decisione dei giudici, e propone la condanna di un mafioso come un altro sgarbo delle “toghe rosse”. Quarta e quasi ultima affermazione, qui Signor Direttore si è veramente messo nei guai:”..e allora, ci viene un dubbio, non è che chi è vicino a Berlusconi, alla fine, qualcosa debba pagare?”. Qui, Lei dichiara praticamente a chi è andato il Suo voto e probabilmente da chi arriva il Suo stipendio. L’infondatezza più totale delle Sue affermazioni mi lascia con l’amaro in bocca e la rabbia nel cuore. Finisce il servizio, dopo aver presentato il processo di Massimo Tartaglia, ecco le Sue parole:”…ma ci viene un secondo dubbio. Non è che chi si accanisce contro Berlusconi, alla fine, non paga mai?”. Anche qui Lei è completamente schierato e ciancia per far compiacere il padrone dei suoi bravi cagnolini (vedi il caso Scodinzolini). Ora, signor Direttore, mi sale un dubbio. Non è che chi serve il potente (Berlusconi), alla fine, ottiene favori e soldi? E, Le dirò, me ne sale anche un altro. Non è che lei, alla fine, non è un giornalista ma un servo? Non è una marionetta impaurita nelle mani del nostro Cavaliere del Lavoro? Lei, signor Direttore, chi è?

P.S.: se un 14enne è riuscito a trovare e smentire le sue affermazioni credo proprio che dovrebbe iniziare a preoccuparsi di quello che le faranno i giornalisti informati e liberi.

Cordiali Saluti,

Giovanni Ugolini

Fonte:http://www.facebook.com/notes/giovanni-ugo/lettera-a-studio-aperto/136334086393800

Toti: studioaperto@mediaset.it


Il mio commento:

Complimenti... sei bravissimo. E pensare che abbiamo solo un anno di differenza! Cazzo, ti ammiro. Anche io qualche anno fa ero incazzato come te in politica, poi mi sono perso dietro "le nuvole e la poesia" (Guccini, Quattro Stracci)..

Continua così! Un consiglio, però: l'incazzatura verso il berlusconismo (più che lecita, anzi d'obbligo!) spesso tende a far allineare l'incazzato su posizioni dei politici apparentemente "più incazzati" (IdV, per indenderci). Beh, a mio modestissimo avviso, non ti rinchiudere su queste posizioni.
Da 15 anni in Italia il centro-sinistra cerca di cogliere e si scervella sulla complessissima figura di Berlusconi e di batterlo solamente criticando le sue azioni e/o intenzioni. E da 15 anni il centro-sinistra viene costantemente battuto (con eccezioni più uniche che rare!).
Non dico che ci si debba ridurre a posizioni veltroniane di "volemoce bene" e di ipocrito fair play: Berlusconi va contestato anche sulle azioni e sulle idee, ma innanzitutto bisogna trovare una nuova idea di società. In Italia ormai il Berlusconismo è diventato una vera e propria forma di società, Berlusconi ci monopolizza. Non si può sconfiggere questa società con metodi distruttivi dall'interno, ma con idee di ampio respiro che spazzino come una folata di vento la pochezza di questa società tivùcentrica.
Conosci i teoremi di incompletezza di Godel? Fondamentalmente sostengono che per comprendere (e quindi stravolgere) un sistema, si debba uscire dal sistema stesso. Questo è precisamente ciò che voglio dire: bisogna concepire un'idea di società isolata dal sistema berlusconiamo, un'idea di società equa, solidale, (magari di Sinistra ) totalmente diversa dall'egoismo borghese propinato dalla società Berlusconiana, e una volta concepita l'idea, lavorare fra i cittadini, nelle piazze, sporcarsi le mani, per far capire che il berlusconismo non è "il meno peggio" e che non bisogna accontentarsi ad essere marionette "quieto-disperate" (citando "L'attimo fuggente"). So che è un progetto difficile, di lunga durata e di ampio respiro e so che è più semplice abbandonarsi sulle posizione forcaiole tipo IDV, aspettando la dipartita del Capo, ma così non si giungerà a nulla: a Berlusconi seguirà un altro Berlusconi e a lui un altro ancora; la società ormai è malata: bisogna guarirla con le idee, non con pigre speranze!! E per guarirla c'è bisogno di Sinistra, non di PD e IDV: ti consiglio di leggere Carta, un onesto settimanale di Sinistra, ma non di quella Sinistra senza idee sopra citata, ma una Sinistra che si fa domande e trova risposte, e con esso le risposte eque per cambiare l'Italia e magari il Mondo..

"Chi lotta può perdere, chi non lotta ha già perso" (Ernesto Che Guevara)

Scusa per averti ammorbato e a presto. (t'ho inviato l'amicizia su Facebook, spero che l'accetti)

lunedì 7 giugno 2010

Proposte per un libro!!!



Ciao e scusatemi se non mi faccio sentire da diverso tempo..

Vorrei che mi diate un consiglio: vorrei scrivere un libro, ma ho paura di fare una puttanata.. Ho provato a scrivere qualcosa, ma non è che mi piaccia granché.

Ora, suggeritemi: cosa potrei raccontare nel mio libro?? Quale trama?!

O meglio, leggete la mia idea:
vorrei cominciare la narrazione con l'immagine di un uomo, ormai 28enne, totalmente deluso dalla vita, mollato dalla ragazza, he passa le giornate sdraiato sul divano a fissare il soffitto, al buio e nel disordine totale. L'uomo (di cui devo ancora scegliere il nome), eternamente sdraiato sul sofà, comincia a raccontare la sua adolescenza. Da qui parte il flashback: comincia la narrazione di lui 16enne; racconto la sua storia focalizzando internamente il personaggio. Dopo vicende che non sto a raccontare (anche perchè non le ho ancora dato una forma ben precisa), il ragazzo giunge alla conclusione che non vuole vivere in questo mondo e piegarsi ad uno stato di medio borghese e, dopo aver letto "Walden-ovvero la vita dei boschi" di Thoreau, si impone che, appena possibile, sarebbe fuggito dalla società per rifugiarsi quasi come un eremo in un bosco o comunque in un luogo isolato. Tuttavia, per un motivo o per un altro (magari in seguito ad un innamoramento, anche questo è ancora da definire), il ragazzo rinuncia ai suoi propositi e così continua a trascinarsi in un mondo che detesta e che lo detesta, fino al presente, ai 28 anni. Finito il flashback l'uomo, ricordatosi della promessa fatta a se stesso anni or sono, decide di ridare una consistenza ed un colore alla sua vita. Salutati i suoi pochissimi amici, molla tutto e parte per un luogo che ancora devo scegliere. :)

Vorrei scriverlo in 1a persona e a focalizzazione interna (come già detto)

Che ne dite? La trama regge? O è una cagata?

Suggerite suggerite, grazie!!

P.S.: scusate se la forma grammaticale non vi sembrerà perfetta, ma non l'ho riletto.

lunedì 31 maggio 2010

Israele attacca navi di aiuti umanitari: 16 morti

Sembra che le forze armate di Tel Aviv abbiano prima tentato di impossessarsi delle imbarcazioni, poi l'assalto è finito nel sangue dopo che, almeno secondo la versione fornita dall'esercito israeliano, i militari avrebbero reagito dopo essere stati attaccati con armi da fuoco dalle persone presenti sulle navi.

Assalto israeliano contro una flottiglia di navi appartenenti ad organizzazioni non governative in rotta verso Gaza nel tentativo di forzare il blocco imposto da Tel Aviv nella zona. Secondo alcuni canali televisivi israeliani, almeno 16 attivisti filo-palestinesi che erano a bordo sono morti, mentre diversi altri, almeno una trentina, sarebbero rimasti feriti. Secondo i media israeliani le forze armate di Tel Aviv avrebbero cercato di impossessarsi delle navi, ma l'assalto è finito nel sangue. Feriti anche quattro militari. Secondo attivisti greci a bordo delle unità, citati dalla radio greca Skai, gli israeliani avrebbero dato l'arrembaggio con elicotteri e gommoni ed avrebbero fatto uso di "proiettili veri".

Ci sono anche alcuni italiani, almeno cinque, fra gli attivisti della flottiglia che cercava di recarsi a Gaza e che è stata bloccata dalle forze israeliane. Le fonti del ministero degli Esteri italiano riferiscono anche che non risultano italiani coinvolti nella sparatoria. L'ambasciata italiana in Israele ha comunque inviato alcuni funzionari ad Haifa, dove la flottiglia verrà scortata dalle forze israeliane, per verificare la situazione sul posto

Le navi di Freedom Flotilla portavano più di 700 passeggeri di 40 nazionalità diverse e volevano consegnare 10mila tonnellate di aiuti umanitari, tra cui cemento, medicine, generi alimentari, e altri beni fondamentali per la popolazione di Gaza. A bordo anche case prefabbricate, 500 sedie a rotelle elettriche e cinque parlamentari (di Irlanda, Italia, Svezia, Norvegia e Bulgaria) oltre a esponenti di ong, associazioni e semplici cittadini filo-palestinesi intenzionati a forzare il blocco di aiuti umanitari a Gaza. L'obiettivo della spedizione, salpata giovedì dalla Turchia, era rompere l'assedio a Gaza e introdurre materiale. Le autorità israeliane avevano minacciato di utilizzare la forza se i militanti avessero tentato di avvicinarsi alle coste della Striscia di Gaza.

Alcune delle navi attaccate battevano bandiera turca. L'attacco israeliano ha così generato una protesta ad Istanbul dove manifestanti hanno lanciato pietre contro il consolato tentando di fare irruzione. Il governo turco ha immediatamente convocato l'ambasciatore israeliano ad Ankara. La Turchia ha definito "inaccettabile" l'attacco israeliano contro la flotta umanitaria a Gaza e ha messo in guardia da "irreparabili conseguenze". Il ministero degli Esteri greco ha attivato l'Unità di crisi. Della flottiglia per Gaza, facevano parte due unità battenti bandiera ellenica, il cargo "ibertà del Mediterraneo"e la passeggeri "Sfendoni", a bordo delle quali si trovavano cittadini greci e palestinesi. Atene ha indicato di non avere finora notizie ufficiali su quanto accaduto e sulla sorte dei propri concittadini.

Un ministro israeliano ha espresso il proprio "ammarico per tutte le vittime"dell'assalto della marina alla flotta di attivisti pro-palestinesi diretti a Gaza .Dal canto suo, il movimento islamico Hamas esorta arabi e musulmani di tutto il mondo a "elevare la protesta" dinanzi alle ambasciate israeliane del globo, dopo il sanguinoso attacco israeliano alla flotta umanitaria in rotta verso Gaza.

Intanto,la polizia israeliana ha elevato lo stato di allerta nelle zona del Wadi Ara (60 chilometri a nord di Tel Aviv), dopo che nella città di Um el-Fahem si era sparsa la voce - finora non confermata - che nell'attacco della marina israeliana alla flotta di attivisti filo-palestinesi diretti a Gaza sia stato ferito dai militari lo sceicco Raed Sallah, leader del Movimento islamico nel Nord di Israele, che vive a Um el-Fahem.

domenica 23 maggio 2010

CAMPIONI D'EUROPAAA!!!!!!


SEMPLICEMENTE CAMPIONI D'EUROPA!!!!!!!

Grazie ragazzi.. Grazie Principe, Grazie Mou, Grazie Capitano!!