Nove coltellate, al petto. Un cadavere gettato in un canale di scolo
nella campagna vercellese. Le impronte digitali per poterne riconoscere l'identità.Cronaca nera, che non vale più di due righe sul giornale locale. Nera come la pelle di Ibrahim M'Bodi 35 anni, operaio, senegalese di nascita, biellese d'adozione. Nera come la furia di Michele D'Onofrio, che era il suo datore di lavoro e che l'ha ucciso. Nera come la crisi che taglia lavoro e stipendi, offusca i cervelli e trasforma la paura in rancore. E il rancore in ferocia, quando «serve» in razzismo.
Ibrahim è morto perché voleva essere pagato, perché da agosto non riceveva un euro mentre continuava a lavorare per Michele, il quale diceva di non avere più soldi e sempre meno commesse. Si conoscevano da tempo, da tempo l'immigrato lavorava per l'italiano: nessun problema apparente, permesso di soggiorno, libretto e contributi in regola, quasi un'amicizia tra due persone che passano tutto il santo giorno a faticare insieme.
Tutto tranquillo in quell'angolo di profondo nord italiano: il razzismo era solo un discorso da Borghezio, la cronaca di un giornale che raccontava la cacciata da una piscina locale di una musulmana colpevole d'aver indossato un costume troppo «integrale».
Ma poi qualcosa si rompe e viene a galla tutto ciò che si è intrufolato lentamente in fondo al cervello. La crisi economica spacca tutto e il rapporto di lavoro torna a essere ciò che l'economia crudelmente impone che sia, una relazione commerciale, una vendita della merce-lavoro in cambio della merce-denaro. E quando quest'ultima latita, quando esplode il conflitto, se si è soli, non c'è alcun contratto sociale a far da scudo, nessuna legge se non quella della forza. La forza di un coltello.
E quella credenza cresciuta in fondo al cervello suggerisce la presunzione di farla franca, magari perché la vittima è uno «straniero», un'entità diversa e con meno diritti: è quello dicono in molti, potrebbero pensarlo anche quelli che ritroveranno il corpo.
Sembra impossibile che accada, ma non è la prima volta che succede: tempo fa, a Gallarate, un edile rumeno fu addirittura bruciato dal suo padrone italiano, proprio perché «pretendeva» lo stipendio che gli spettava, per legge. Ma la legge non scritta dei rapporti di forza e della subcultura padana aveva diffuso un'altra convinzione: quell'immigrato fu bruciato. Sembra pazzesco, ma non lo è. E' la banalità del male dei nostri tempi. La convinzione che i rapporti tra le persone siano solo funzionali alla soddisfazione individuale, oltre ogni regola, senza nemmeno porsi il problema che il proprio paradiso terrestre possa essere il frutto della vita degli altri, pagato dagli altri. Da corpi messi al lavoro in un cantiere, come da quelli usati nella corte di un potere neofeudale.
Quando un omicidio rompe la quotidianità ed esplode nella devianza dalla norma, la comunità dei «normali» è solita liquidarlo, guardare altrove, autoassolversi. Anche se ha creato i presupposti del crimine coltivando il mito della forza e dell'individuo, anche quando ha cancellato l'idea stessa di una «felicità comune», di un agire collettivo, di un diritto universale. Perché, in fondo, è solo cronaca nera.































