lunedì 7 dicembre 2009

La crisi uccide con nove coltellate

da http://www.ilmanifesto.it


Nove coltellate, al petto. Un cadavere gettato in un canale di scolo nella campagna vercellese. Le impronte digitali per poterne riconoscere l'identità.
Cronaca nera, che non vale più di due righe sul giornale locale. Nera come la pelle di Ibrahim M'Bodi 35 anni, operaio, senegalese di nascita, biellese d'adozione. Nera come la furia di Michele D'Onofrio, che era il suo datore di lavoro e che l'ha ucciso. Nera come la crisi che taglia lavoro e stipendi, offusca i cervelli e trasforma la paura in rancore. E il rancore in ferocia, quando «serve» in razzismo.
Ibrahim è morto perché voleva essere pagato, perché da agosto non riceveva un euro mentre continuava a lavorare per Michele, il quale diceva di non avere più soldi e sempre meno commesse. Si conoscevano da tempo, da tempo l'immigrato lavorava per l'italiano: nessun problema apparente, permesso di soggiorno, libretto e contributi in regola, quasi un'amicizia tra due persone che passano tutto il santo giorno a faticare insieme.
Tutto tranquillo in quell'angolo di profondo nord italiano: il razzismo era solo un discorso da Borghezio, la cronaca di un giornale che raccontava la cacciata da una piscina locale di una musulmana colpevole d'aver indossato un costume troppo «integrale».
Ma poi qualcosa si rompe e viene a galla tutto ciò che si è intrufolato lentamente in fondo al cervello. La crisi economica spacca tutto e il rapporto di lavoro torna a essere ciò che l'economia crudelmente impone che sia, una relazione commerciale, una vendita della merce-lavoro in cambio della merce-denaro. E quando quest'ultima latita, quando esplode il conflitto, se si è soli, non c'è alcun contratto sociale a far da scudo, nessuna legge se non quella della forza. La forza di un coltello.
E quella credenza cresciuta in fondo al cervello suggerisce la presunzione di farla franca, magari perché la vittima è uno «straniero», un'entità diversa e con meno diritti: è quello dicono in molti, potrebbero pensarlo anche quelli che ritroveranno il corpo.
Sembra impossibile che accada, ma non è la prima volta che succede: tempo fa, a Gallarate, un edile rumeno fu addirittura bruciato dal suo padrone italiano, proprio perché «pretendeva» lo stipendio che gli spettava, per legge. Ma la legge non scritta dei rapporti di forza e della subcultura padana aveva diffuso un'altra convinzione: quell'immigrato fu bruciato. Sembra pazzesco, ma non lo è. E' la banalità del male dei nostri tempi. La convinzione che i rapporti tra le persone siano solo funzionali alla soddisfazione individuale, oltre ogni regola, senza nemmeno porsi il problema che il proprio paradiso terrestre possa essere il frutto della vita degli altri, pagato dagli altri. Da corpi messi al lavoro in un cantiere, come da quelli usati nella corte di un potere neofeudale.
Quando un omicidio rompe la quotidianità ed esplode nella devianza dalla norma, la comunità dei «normali» è solita liquidarlo, guardare altrove, autoassolversi. Anche se ha creato i presupposti del crimine coltivando il mito della forza e dell'individuo, anche quando ha cancellato l'idea stessa di una «felicità comune», di un agire collettivo, di un diritto universale. Perché, in fondo, è solo cronaca nera.

lunedì 2 novembre 2009

La banda del sogno interrotto

Vi propongo una bellissima canzone dei Modena City Ramblers che parla di mafia senza retorica e/o banalità. Buon ascolto...

lunedì 26 ottobre 2009

Frantumi da ricomporre



Riforme legislative e innovazioni di management per migliorare la produttività delle organizzazioni pubbliche, Libri Este, 2009

È il titolo del libro curato da Antonino Leone e Mita Marra con la prefazione di Francesca Simeoni e gli interventi di Federico Testa, Silvano Del Lungo, Rita Carisano, Pietro Ichino, Giovanni Martignoni e Donata Gottardi.

Il sistema Italia è “fuori mercato” a causa di un elefantiaco apparato pubblico incapace di offrire servizi efficienti e qualitativamente adeguati alle imprese e ai cittadini. Per uscire dalla crisi economica e finanziaria globale occorre, invece, una pubblica amministrazione che, in presenza di un assetto costituzionale federale, disegni e gestisca politiche a favore della crescita e dello sviluppo in complessi sistemi di governance, soggetti ad elevata incertezza. Le riforme legislative varate negli ultimi due anni puntano sulla trasparenza, sulla responsabilità, sulla valutazione e sulla incentivazione come leve del cambiamento organizzativo. Questo volume entra nel merito di tali iniziative legislative per comprendere come e in che misura queste riforme possono migliorare il rendimento istituzionale, le soluzioni organizzative e le pratiche manageriali. Le leggi non sono, infatti, la cura per le tante lacune della pubblica amministrazione italiana. L’eterogeneità dei problemi e delle carenze investe i vari comparti del settore pubblico, i diversi livelli di governo centrale, regionale e locale ed inevitabilmente il Nord e il Sud del Paese.

L’analisi del funzionamento dell’INPS di Verona riafferma l’importanza di investire sulla capacità manageriale dei dirigenti, sui saperi e sulle competenze organizzative, sulla valorizzazione del lavoro e sul riconoscimento del merito, attraverso l’apprendimento e la riflessione condotta a partire dall’esperienza.

I temi selezionati dal blog sul cambiamento nelle organizzazioni propongono opinioni, esperienze e reazioni di tanti dipendenti, politici e studiosi al dibattito sulla riforma della PA. Le questioni sollevate nel blog svelano percezioni e umori che gli attori avvertono in rapporto alle recenti iniziative del governo. Gli operatori, i dirigenti, gli amministratori godono di una considerevole autonomia nel loro agire che può tradursi in notevoli differenze di attuazione. Diventa, quindi, di fondamentale importanza conoscere i principi e le motivazioni che guidano il loro agire.

Francesca Simeoni è ricercatrice di Economia e gestione delle imprese presso l’Università degli Studi di Verona e docente di Economia e gestione delle imprese di servizi pubblici

Federico Testa è parlamentare e docente di Economia e gestione delle imprese presso l’Università degli Studi di Verona

Silvano Del Lungo è psicologo del lavoro, pioniere della consulenza di direzione in Italia, fondatore e presidente della società di consulenza direzionale StudioStaff

Rita Carisano è direttore generale di Confindustria di Verona

Pietro Ichino è senatore e docente di Diritto del lavoro presso l’Università degli Studi di Milano

Giovanni Martignoni è Direttore dell’Inps di Verona

Donata Gottardi è docente di Diritto del Lavoro presso l’Università degli Studi di Verona ed è stata parlamentare europeo fino a maggio 2009

Gli autori:

Antonino Leone, è impegnato nella gestione del suo blog “Cambiamento nelle organizzazioni”, http://cambiamentoorg.blogspot.com/, dedicato principalmente alla gestione dei servizi pubblici ed al disagio sociale dei ceti più deboli. Ha fondato il gruppo SOS PA su Facebook, che conta circa 1500 membri, e segue il processo di riforma della Pubblica Amministrazione. Ha scritto alcuni articoli sulle PA con riferimento all’Inps ed ha operato nella Pubblica Amministrazione dirigendo un’Agenzia dell’Inps. Negli anni ’80 è stato assessore comunale ed è attualmente componente della Consulta della Pubblica Amministrazione del Partito Democratico.

Mita Marra, è ricercatrice del Consiglio Nazionale delle Ricerche presso l’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo di Napoli dal 2000 e insegna Analisi delle politiche pubbliche all’Università di Salerno e Politica economica all’Università di Napoli dal 2003. E’ stata visiting assistant professor presso l’Università di Maastricht (2005-2006) e la George Washington University (2004). Da anni si occupa di politiche di riforma del settore pubblico in Italia, negli Stati Uniti ed in alcuni paesi in via di sviluppo collaborando con il Dipartimento di valutazione della Banca mondiale. Alcuni dei suoi lavori sono apparsi su riviste e volumi nazionali ed internazionali.

PER ACQUISTARE il libro rivolgiti a STEFANIA MANDALA, inviando una mail all'indirizzo stefania.mandala@este.it, telefonando al numero 02.91434400 o inviando un fax al numero 02.91434424.

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mercoledì 7 ottobre 2009

Il Pupo di Arcore in un mondo di mangia-bambini


Il Pupo è nei guai. Non si può più vivere in questo Paese di mangia-bambini! Si corre sempre più il rischio che questi comunisti violenti si mangino intero il Pupo Silvio con un bel complotto. No! Al Pupo di Arcore questo giocattolo non lo toglieranno mai: l’Italia sarà sempre sua!

E basta! Non fate piangere il Pupo: zitto Giorgio, zitto Gianfranco, zitti parrucconi della Corte, zitti giornalisti comunisti (ad eccezione degli eccellenti Bruno, Emilio e Augusto!), zitti comici televisivi (tanto fra un po’ il Pupo vi caccia!), zitto Dario l’Invisibile (per lui non ci sono problemi: zittisce senza bisogno che sia redarguito!) e zitto Tonino l’Eversivo (impara l’italiano, piuttosto e, già che ci sei, pure un po’ di Padano!).

“Dovete andare tutti a morire ammazzati”, come dice l’amico di giochi (dire “compagno” sarebbe esagerato ed eversivo!) del ragazzetto di Arcore, un certo Pupo Renato.
Quante bocche andrebbero cucite per salvare il culetto del Pupo cosicché egli possa tornare a inchiappettare felicemente gli italiani (e sì, il Pupo Papi è molto precoce)!
È un lavoro duro (è proprio il caso di dirlo!) ma siamo sicuro che San Pupo Papi Silvio da Arcore, con l’aiuto dei suoi “spinaci” (strane pilloline blu!) riuscirà nell’impresa e a breve tutti gli italiani dissidenti (e non!) avranno dei forti dolori al deretano. Del resto, abbiamo cinque anni di infamia davanti a noi…

Ah, caro Pupo, quasi dimenticavo: ti ricordo che Hammamet non è poi così lontana!

MENO MALE CHE SILVIO C’E’!!! (altrimenti cosa avrei fatto stasera!?!)

Il Lodo Alfano è incostituzionale!

La Corte Costituzionale ha dichiarato incostituzionale il Lodo Alfano, che congela i processi alle 4 più alte cariche dello Stato. La sentenza è arrivata alle 18.06 e ha bocciato suddetto provvedimento in base alla violazione degli articoli 3 e 138 della Costituzione Italiana.
Si fa presente, inoltre, che il provvedimento non avrebbe dovuto seguire il normale iter parlamentare, ma che bisognava varare una legge costituzionale, cosa non avvenuta.
Nella maggioranza si inizia già a gridare alla sentenza politica. Cicchitto, pseudo - capogruppo del Pdl, afferma che da oggi la Corte Costituzionale non è più organo di garanzia.
Va bene che sono affermazioni a caldo, ma deve assolutamente preoccupare il tono intimidatorio e offensivo che i politici (in questo caso di maggioranza!) usano quando viene toccato un potente (in questo caso, il più potente di tutti!).

In ogni caso, sentenza abbastanza prevedibile, come è prevedibile la reazione della maggioranza e dell’opposizione. Tutta la maggioranza, compatta intorno al premier, smentisce ogni possibilità di dimissioni, Casini, come sempre, si butta dove gli fa comodo (in questo caso con Papi!), l’Italia dei Valori (più che prevedibile!) chiede dimissioni immediate del premier, mentre l’invisibile Partito Democratico, con Franceschini, si limita a dire: “Ristabilita l’uguaglianza”.

giovedì 1 ottobre 2009

“Fahrenheit 451”: la profezia di Trouffaut

“Fahrenheit 451” è un film del 1966 diretto da François Trouffaut e tratto dall’omonimo libro di Ray Bradbury. La narrazione è ambientata in un tempo e in uno spazi indefinito: sembrerebbe un futuro remoto, ma nel film vi sono elementi rievocanti un altrettanto remoto passato.

In questo ipotetico futuro i pompieri, piuttosto che spegnere gli incendi, bruciano i libri, simbolo di sovversione al Potere. Fra questi pompieri il più solerte è Montag, che però comincia lentamente a ribellarsi al sistema dopo aver conosciuto Clarisse, un insegnante alternativa.

Il film predice fantapoliticamente una società futura piatta, in cui il Potere omologa tutti i suoi abitanti attraverso il mezzo televisivo ed espelle dal sistema tutti coloro che si distinguono dalla massa. “Fahrenheit 451”, al pari di “1984” di G. Orwell, descrive un futuro che sarebbe potuto sembrare remotissimo negli anni ’60, ma, vedendolo nel 2009, potrebbe benissimo essere una dissacrante visione geopolitica del Mondo fra qualche decennio.

Nel Mondo odierno, infatti, seppur non si sia ancora arrivati all’assurdo di bruciare i libri, i metodi di omologazione sono gli stessi di “Fahrenheit 451”: lo strapotere mediatico assunto dai mass media e l’idea di avversione alla cultura che questi suscitano nel popolo.

Basti pensare ad un evento che tutti noi abbiamo sotto gli occhi: l’aspirazione omologatrice dei reality show che, cercando di dimostrare al pubblico che è inutile studiare e perdere tempo sui libri, ma che, per aver successo nella vita bisogna solamente fare le/gli sgallettate/i in una casa video sorvegliata o su un’isola “deserta”.

Aspetto questo già predetto da Trouffaut che nel film fa rientrare i telespettatori in un enorme schema omologatore detto “la grande famiglia” e chiama i presentatori televisivi con l’appellativo di cugino/a (es. “la cugina Marie”).

Personaggio molto interessante nel film è Linda, la moglie di Montag; Linda, infatti, rappresenta in modo lampante il prodotto di questa società piatta: è un automa che vive solo di televisione e pillole calmanti, non nutre nessun interesse all’infuori dello schermo televisivo, non ha un minimo di elasticità mentale e i suoi nervi non reggono ai sintomi di ribellione manifestati da Montag.

Il protagonista, invece, agisce come dovrebbe agire tutta la classe media, nel film così come nel Mondo reale: prende coscienza del nulla in cui è sprofondato il Globo e fa rinascere in lui i semi della ribellione che si erano assopiti da molto tempo e a poco a poco si sviluppa in lui un deciso “NO” al Mondo che lo circonda: no al Potere, no all’omologazione, no alla televisione. Ricomincia a credere in una società migliore, dove regnino la pace e l’uomo possa essere davvero libero. Montag capisce che la vera libertà passa attraverso la Conoscenza, la quale però può diffondersi solo attraverso i libri (naturalmente proibiti!).

Così comincia a leggere, rievocando in lui una sorta d’istinto primordiale che non credeva più possedere.

Ma, attraverso diversi avvenimenti, il “ribelle” Montag viene espulso dalla società e si rifugia nel piccolo mondo degli uomini-libro, dove gli abitanti imparano ciascuno un libro a memoria, così da poter trasmettere la loro conoscenza quando il Mondo finalmente cambierà.

Trouffaut offre un finale agrodolce che, tuttavia, comunica un grande messaggio d’ottimismo: ritornerà un Mondo in cui l’uomo sarà finalmente libero in quanto saggio, in cui il Potere non annichilisce le menti pensanti; arriverà un Mondo in cui gli uomini sapranno ribellarsi al sistema di cui fanno parte.

Fra quanti anni non è dato saperlo, ma il ribelle Trouffaut, attraverso l’altrettanto ribelle Montag, è sicuro che ciò, prima o poi, accadrà…

sabato 19 settembre 2009

L'attentato a Kabul e i motivi della strage


6 militari italiani morti. E' questo il tragico bilancio dell'attentato kamikaze a Kabul, in Afghanistan. L'Italia piange i suoi soldati. Morti, però, non per la pace, non per la libertà, non per la democrazia. Niente di tutto questo.
- I nostri soldati non sono morti per la pace, perché lì c'è la guerra, esattamente dal lontano 2001, da quando la Nato su sollecitazione degli Stati Uniti decise di attaccare militarmente il governo dei talebani.
- I nostri soldati non sono morti per la libertà, perché stanno occupando quel paese.
- I nostri soldati non sono morti per la democrazia, perché proteggono un governo per niente democratico. Un governo che riesce a prolungare la propria esistenza grazie all'esercizio di poteri 'mafiosi' come il commercio dell'oppio, il traffico delle armi, il voto di scambio, il broglio elettorale.
- I nostri soldati non sono morti nemmeno per la sicurezza internazionale, perché stanno combattendo contro gli afghani, non contro il terrorismo islamico internazionale. Il terrorismo non si combatte così, anche perchè degli uomini di Al Qaeda non abbiamo visto neanche l'ombra...

Lo scopo della missione di pace (pace poi...) è un altro. Sapete perchè la Nato è in Afghanistan? Semplicemente per dimostrare che è coesa, unita. Questo è il motivo per il quale gli Stati Uniti chiedono soldati in più. Per la Nato, inoltre, non conta la nazionalità del soldato. Che sia italiano, francese, russo, tedesco poco conta. L'obiettivo principale è che nessuno si sottragga alla missione. Ecco perché vengono chiesti continuamente uomini. Italia compresa. Questa è la verità principale.

La Russa e Frattini dicono che l'Italia è li per portare la pace e la democrazia. No. Io credo che la pace e la democrazia non si esportano e noi non possiamo imporla.
Basta perdita di vite umane. I nostri soldati devono ritornare a casa.

Un pensiero per i nostri militari è d'obbligo. Ma non chiamateli eroi.

Ps: la manifestazione nazionale in difesa della libertà di informazione, promossa da FNSI, l’Ordine, Articolo 21, partiti dell’opposizione e sindacati, prevista per oggi, è stata rinviata al 3 ottobre per via dell'attentato a Kabul. Anche se, personalmente, non l'avrei rinviata.


http://diegogarciablog.blogspot.com/2009/09/lattentato-kabul-e-i-motivi-della.html

domenica 16 agosto 2009

Achille piè veloce

A partire da oggi, vorrei aprire una nuova rubrica del blog che non ha nulla a che fare (almeno, non direttamente!) con la politica e la società; in questi modesti articoli vorrei ogni due settimane fare la recensione di un libro che mi ha particolarmente colpito e che consiglierei ai miei coetanei e non. Vorrei iniziare questa avventura con un libro molto profondo, certo non una lettura da ombrellone; il libro di cui sto parlando è "Achille piè veloce", di Stefano Benni.
Dopo aver letto questo libro, sono stato circa una settimana a chiedermi se, da qualche parte ci fosse davvero questo Achille, nascosto da tutto e tutti in modo che nessuno potesse vedere le sue deformazioni.
Ulisse, giovane scrittore in crisi creativa, riceve un giorno la lettera di uno sconosciuto che lo invita a un misterioso appuntamento. Lo sconosciuto in questione è Achille, un ragazzo gravemente malato che vive su una sedia a rotelle nel buio della sua stanza, sotto lo stesso tetto della madre iperprotettiva e di Febo, il fratello politico e loggista. Achille, nonostante l'aspetto mostruoso, è vitale, colto, curioso, impudico. Ulisse accetta l'invito di Achille e, dopo pochi appuntamenti, fra i due nasce una strana e sbilenca amicizia. Sullo sfondo di un'Italia che va a rotoli, colpita da una profonda crisi economica e governata da un fantomatico nuovo Duce, la stanza buia di Achille sembra un piccolo angolo di paradiso, in cui trovano sosta due eroi epici, entrambi coinvolti in quella terribile battaglia che è la vita. Ulisse racconta ad Achille tutto di sè, soprattutto della bella Pilar, sudamericana in attesa di permesso di soggiorno. Achille segue attento e risponde tramite lo schermo del suo computer. Ulisse detta così all'amico la storia della sua vita, e Achille prontamente la traduce in un romanzo.
Stefano Benni, in questo romanzo del 2003, mostra tutte le sue sue doti narrative e ci consegna un libro assolutamente da leggere, in cui l'autore affronta innumerevoli temi, che, tuttavia girano costantemente intorno all'amore per la vita, che spesso coincide con l'amore per la morte. Il libro è coinvolgente e divertente, ma è soprattutto commuovente: trascina totalmente in una dimensione fantastica ma reale, in cui i nomi di ascendenza epica dei protagonisti rievocano un'atmosfera senza tempo.
Benni è uno scrittore che mi intriga proprio perchè non di comodo o "di moda": Benni è, grazie al suo innato talento, una voce fuori dal coro.
Nonostante sia molto tentato, non posso rivelarvi la fine, forse qualcuno se la immagina, altri no; la verità è che ognuno di noi potrebbe costruire un finale secondo le proprie inclinazioni e secondo la propria sensibilità, ma resta il fatto che Achille piè veloce ti resta dentro, qualunque finale tu abbia scelto.
Se vi interessa questo libro: "Achille piè veloce" di Stefano Benni (Feltrinelli)- ISBN 978-88-07-81825-7

mercoledì 5 agosto 2009

Io non mi sento italiano- Gaber

mercoledì 22 luglio 2009

A 9 anni dalla scomparsa di Indro Montanelli

Il 22 Luglio 2001 scompariva il più grande giornalista che l’Italia abbia mai avuto: Indro Montanelli. Editorialista del Corriere e in seguito fondatore e direttore de “Il Giornale” e de “La Voce”, fu la persona che tutti noi, spero, vorremmo essere: una uomo critico, che non parlò mai per partito preso, sempre pronto a mettersi in gioco. Son passati solo 8 anni dalla sua scomparsa, ma credo che si rivolti già nella tomba, vedendo ciò che è accaduto al “quarto potere”: non esistono più giornalisti liberi (quei pochissimi che ancora lo sono, vivono con la scorta e/o sono bollati come faziosi) e ai vertici di tutti i telegiornali e di gran parte dei giornali italiani vi sono i cagnolini da compagnia del potere, esseri asessuati senz’arte né parte, che hanno come unico organo funzionante la lingua, sempre pronta a leccare il posteriore del potente di turno. Si rivolterebbe nella tomba anche vedendo la fine che ha fatto il suo “Giornale”, diventato house organ del PdL e costola di Mediaset, oramai in mano a gente come Mario Giordano e Filippo Facci (che, con tutto il rispetto, con giornalisti del calibro di Montanelli e Biagi hanno poco a che vedere!). Non so cosa direbbe della situazione politica italiana: lui, uomo di Destra, affermava che in Italia non si sa andare a Destra senza sfociare nel manganello. Chissà cosa direbbe allora del decreto sicurezza, fortemente voluto dalla Lega Nord. Chissà…..



“L'unico consiglio che mi sento di dare – e che regolarmente do – ai giovani è questo: combattete per quello in cui credete. Perderete, come le ho perse io, tutte le battaglie. Ma solo una potrete vincerne. Quella che s'ingaggia ogni mattina, davanti allo specchio.”

(I. Montanelli, “Soltanto un giornalista”, 2002)







Tg1 schiavo in Stato schiavo

Nel Tg1 di ieri sera abbiamo visto un'altro esempio di giornalismo libero. Il telegiornale dell'ottimo Augusto Minzolini (Scodinzolini per gli amici) ha messo in scena un'edizione davvero d'elitè: niente gossip estivi (perchè riportare le registrazioni false e per lo più inutili pubblicate da quei comunisti dell'Espresso?!), ma solo ottimi e interessantissimi servizi sullo zio spacciatore della fidanzata del principino William (robe che nemmeno Beutiful!), sui due tuffatori che si tuffano, appunto, da Ponte Sant'angelo, su un ragazzino che dirige un'orchestra a 15 anni per poi concludere con lo scoop dell'anno: un servizio sui 100.000.000 di euro di Jackpot al Superenalotto.
Che dire: è il Tg1 formato Minzolini (erede del Tg1 maestro di giornalismo di Gianni Riotta!): quando alcune notizie si devono nascondere, perchè non inventarne altre che compiacciano maggiormente il pubblico?
Del resto, è il minimo che si possa fare per un popolo che quando si siete a tavola tiene la tv accesa pronta a scorgere le natiche di qualche show girl...



martedì 21 luglio 2009

Patrizia D'addario e la notte con Re Silvio

"L'Espesso" ha pubblicato ieri le registrazioni fra la D'addario e Silvio Berlusconi. Nell'articolo del settimanale di De Bendetti sono riportate gli incontri a Palazzo Grazioli e il testo di una telefonata fra la D'addario e Giampi Tarantini, in cui i due parlano della serata trascorsa da Patrizia con il Cavaliere.
Vi consiglio davvero di leggere e ascoltare tutto, perchè, tenendosi fuori dal semplice gossip, ci sono frasi in cui si evince la ricattabilità del nostro Presidente del Consiglio, frasi che la D'addario aveva già riferito ai magistrati.

giovedì 16 luglio 2009

L’Italia laica ai tempi di Roberto Balducci


La rimozione da vaticanista del Tg3 del giornalista Roberto Balducci è solo una delle tante dimostrazioni che in Italia la laicità e la libertà di pensiero sui temi riguardanti la Chiesa ed il Papa è solo di facciata. È assolutamente vergognoso che un corrispondente da uno stato STRANIERO (perché questo dovrebbe essere il Vaticano!) venga licenziato per aver detto una frase assolutamente ironica; e poi, fino a prova contraria, in Italia c'è libertà di pensiero: se il Papa si fosse sentito offeso avrebbe dovuto ricorrere alla giustizia, non è lecito risolvere tali controversie facendo pressione sulla Rai. Per far capire ai lettori di che colpe si è davvero macchiato Balducci trascrivo la frase incriminata: «domani, infatti, Papa Ratzinger va in vacanza, dove lo attende il fresco delle montagne, […]. E ci saranno anche due gatti […], ma siamo sicuri che gli strapperanno un sorriso, almeno quanto i proverbiali quattro gatti, forse un po' di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare le sue parole». A me sembra una frase assolutamente innocua e ironica. Lascio a voi giudicare. In ogni caso la rimozione di Balducci dall'incarico di vaticanista (non è stato licenziato, facciamo bene attenzione!) è una vergogna: il Papa, almeno per i laici (i quali pagano il canone esattamente come i teodem!), è un essere umano esattamente come loro stessi e, giustamente, come loro stessi non è immune agli sfottò. La violazione della libertà di pensiero è palese: non si può sollevare dall'incarico un modesto giornalista per aver fatto una battuta.

Vorrei concludere l'articolo con una frase di CapaRezza, tratta da "Non mettere le mani in tasca", brano contenuto nel suo ultimo album:

"Camillo Benso si è sbagliato: l'unica Libertas è quella che sta sullo scudo crociato!"

Ettore Gallo

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