La guerra “di pace” in Afghanistan continua a mietere vite nel contingente Nato, e, in particolare, in quello italiano.Il 9 ottobre 2010, infatti, mentre rientravano da una missione sul loro carro armato “Lince”, quattro militari italiani (Gianmarco Manca, Francesco Vannozzi, Sebastiano Ville, Marco Pedone) hanno perso la vita in un’imboscata, per mano di un improvvisato, seppur potente, ordigno piazzato dalla guerriglia talebana.
Ma in questo articolo non voglio soffermarmi sui fatti di cronaca, che ormai si ripetono sempre uguali e, purtroppo, con sempre maggiore inquietante frequenza, quanto piuttosto fare una piccola riflessione sull’impegno italiano in Afghanistan.
Prima di tutto vorrei ricordare che l’Italia è in Afghanistan non certo per tenere alto il nome dell’Italia nel Mondo o per difendere le nostre case dai barbuti islamici e dalle loro bombe, bensì per ingraziarsi gli Stati Uniti e rimanere sotto l’ala protettrice della Nato, come se fossimo ancora in piena Guerra Fredda; quest’errore di valutazione dei nuovi assetti globali, dovuto all’incapacità in politica estera dei nostri governanti, c’è costato finora le vite di 34 ragazzi italiani.
In quest’articolo non voglio sfociare nella propaganda patriottica, che puzza di populismo e soprattutto ipocrisia, per questo non definirò “eroi” i nostri caduti: non sono morti per un’idea, o per un progetto o per un Credo. Per un militare, morire è uno dei rischi insiti nel loro lavoro (e sottolineo lavoro!): i soldati italiani non sono in Afghanistan perché credono davvero in un Afghanistan libero (e in ogni la Libertà non si raggiunge dispiegando eserciti!), ma semplicemente perché il militare è una forma di lavoro come un altro, che può consentire a molti ragazzi di metter su famiglia o farsi una vita propria o comunque di costruirsi un futuro una volta rientrati dall’estero.
Purtroppo per 34 militari caduti in Afghanistan questo futuro è stato reciso; Stroncato più che dai talebani (che lottano per un ideale falso, folle, ma che comunque credono in ciò che fanno), dai tanti ministri e uomini di potere che oggi li piangono ipocritamente in nome del Sacrificio per la Patria e di populismi vari.
La guerra in Afghanistan è costata moltissimo all’Occidente per dispendio di denaro e soprattutto di vite; qualcuno, a ragione, l’ha definito il nuovo Vietnam. Gli Stati Uniti prima o poi dovranno ammettere che la Pace non si fa con le bombe (ammesso e non concesso che credano davvero nella Pace!) e mettere fine a questa tragedia che, fra civili, militari Nato e talebani, ha trascinato con sé le vite di migliaia di uomini e donne.
Ma in questo articolo non voglio soffermarmi sui fatti di cronaca, che ormai si ripetono sempre uguali e, purtroppo, con sempre maggiore inquietante frequenza, quanto piuttosto fare una piccola riflessione sull’impegno italiano in Afghanistan.
Prima di tutto vorrei ricordare che l’Italia è in Afghanistan non certo per tenere alto il nome dell’Italia nel Mondo o per difendere le nostre case dai barbuti islamici e dalle loro bombe, bensì per ingraziarsi gli Stati Uniti e rimanere sotto l’ala protettrice della Nato, come se fossimo ancora in piena Guerra Fredda; quest’errore di valutazione dei nuovi assetti globali, dovuto all’incapacità in politica estera dei nostri governanti, c’è costato finora le vite di 34 ragazzi italiani.
In quest’articolo non voglio sfociare nella propaganda patriottica, che puzza di populismo e soprattutto ipocrisia, per questo non definirò “eroi” i nostri caduti: non sono morti per un’idea, o per un progetto o per un Credo. Per un militare, morire è uno dei rischi insiti nel loro lavoro (e sottolineo lavoro!): i soldati italiani non sono in Afghanistan perché credono davvero in un Afghanistan libero (e in ogni la Libertà non si raggiunge dispiegando eserciti!), ma semplicemente perché il militare è una forma di lavoro come un altro, che può consentire a molti ragazzi di metter su famiglia o farsi una vita propria o comunque di costruirsi un futuro una volta rientrati dall’estero.
Purtroppo per 34 militari caduti in Afghanistan questo futuro è stato reciso; Stroncato più che dai talebani (che lottano per un ideale falso, folle, ma che comunque credono in ciò che fanno), dai tanti ministri e uomini di potere che oggi li piangono ipocritamente in nome del Sacrificio per la Patria e di populismi vari.
La guerra in Afghanistan è costata moltissimo all’Occidente per dispendio di denaro e soprattutto di vite; qualcuno, a ragione, l’ha definito il nuovo Vietnam. Gli Stati Uniti prima o poi dovranno ammettere che la Pace non si fa con le bombe (ammesso e non concesso che credano davvero nella Pace!) e mettere fine a questa tragedia che, fra civili, militari Nato e talebani, ha trascinato con sé le vite di migliaia di uomini e donne.
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